RECENSIONE DE “LA RILEGATRICE DI STORIE PERDUTE” DI CRISTINA CABONI

Buon giorno meraviglie!

Oggi vi voglio parlare dell’ultimo libro di Cristina Caboni, uscito per Garzanti editore il 12 Ottobre. Il romanzo “La rilegatrice di storie perdute” è il quarto romanzo dell’autrice sarda tradotta in più di trenta lingue in tutto il mondo. L’opera abbraccia due tempi: il passato e il presente e da fare protagonista al romanzo ci sono due donne, vissute in secoli diversi ma accomunate dalla stessa passione…

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Autore: Cristina Caboni

Editore: Garzanti

Anno di pubblicazione: 2017

Pagine: 292

Prezzo: 17.60 €

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Sofia Bauer è una giovane ex impiegata della Biblioteca Herziana di Roma. Laureata nell’ambito di una facoltà umanistica come archivista. Ama il suo lavoro, ma dopo il matrimonio con Alberto, si sente, spinta dalle pressioni del marito, a lasciarlo, per occuparsi della casa. Sofia abita a Roma, ma ha origini tedesche. Suo nonno si trasferì in Italia da ragazzo ai tempi dell’università e vi rimase anche dopo aver terminato gli studi ed essere diventato professore.

Questa giovane ragazza, alla soglia dei trent’anni, senza lavoro e senza passione, si ritrova in un matrimonio che le sta stretto. Non si sente artefice della propria vita, e in questa condizione di equilibrio apatico, vive senza avere il coraggio di prendere una decisione.

Una sera, alla presentazione della prima edizione delle “Affinità Elettive” di Goeth, firmata e con dedica autografa, legato in marocchino rosso e fregi in foglia d’oro, osserva quel libro dalla teca e sente un’insaziabile voglia di toccarlo, di sentirne la grana delle pagine, aspirarne il profumo. A disagio in quell’ambiente che da anni aveva abbondonato, decide di chiamare un taxi e nell’attesa si siede ad osservare il cielo. Si chiedeva se ci fosse mai stato un amore capace di nutrirsi unicamente di sé stesso, mentre guardava il cielo di Roma.

“L’aria della notte era fresca, era come se l’autunno non avesse ancora deciso di mostrarsi. Così i fiori continuavano indisturbati a sbocciare in quella che aveva tutta l’aria di somigliare ad una bizzarra primavera…”

Fu lì, in quell’istante, che si rese conto della presenza di un uomo, alto, interessante, sicuramente uno del settore, che stava lì a guardarla e forse a chiedersi cosa si nascondesse in quella donna dallo sguardo verso il cielo.

Il tempo di qualche battuta e il taxi arriva.

Una mattina, dopo esser passata a casa dei nonni (in viaggio) per innaffiare le piante, si trova davanti ad un’antica libreria, nella quale il nonno la portava spesso da bambina. Decise di entrare e tra i tanti libri fu uno quello che la colpì: era una prima edizione di Christian Philipp Fohr, un intellettuale dell’800 molto amato da Sofia, che scriveva di un mondo nel quale l’amore era principio e virtù. Viste le condizioni d’usura, il vecchio librario oppone qualche resistenza alla giovane che vuole acquistarlo, finché decide di regalarglielo, a patto che la donna torni a mostrargli il lavoro finito.

Sofia esce da quella vecchia libreria come una donna nuova, diversa, che non vede l’ora di mettersi all’opera e riportarla al suo vecchio splendore. Aprendo la controguardia trova una lettera nascosta, scritta duecento anni prima da una donna…

Nel 1804 Clarisse Marianne von Harmel vive a Vienna con la zia e lo zio, che ne hanno preso le veci dopo la morte dei suoi genitori. E’ una bambina castana, con occhi chiari e grande curiosità. Un giorno, in seguito ad un’assenza prolungata dello zio, un impostore (a cui la zia aveva dato fiducia) inizia a comandare in tutta la casa, a sedare la zia e a maltrattare Clarisse. Fu proprio in seguito ad una punizione che fu rinchiusa in cantina e dietro le botti di vino scoprì un passaggio che collegava il suo palazzo con un altro. Guardò di nascosto e vi trovò una legatoria, un’ antica bottega artigiana in cui venivano rilegati i libri, mentre un uomo era preso dal suo lavoro. La bambina rimase affascinata da quell’ambiente e una volta scoperta a spiare dalle fessure, ogni sera, dopo essere messa in punizione, mastro Schmidt rispettò il patto fatto la prima sera, quando la bimba, indicando il telaio, dichiarò “Insegnatemi”…

“Guarda Clarice, i libri non sono solo storie. Tutto in essi è arte. Sai cos’è l’arte, mia piccola principessa? … E’ una delle massime espressioni dell’ingegno umano, tesoro. E’ la creatività. Senza, saremmo ben poco”

Dopo anni, un matrimonio, un viaggio in Italia per scappare da un uomo violento e che non ama, troviamo Clarisse Von Harmel come la più conosciuta e apprezzata rilegatrice di Roma. La sua firma?

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Un cerchio con all’interno una coppia di ali, simbolo della sua casata nobiliare. Si è fatta da sola, con la sua bravura e determinazione che ha potuto mettere a nudo pur essendo donna. E’ a Roma che Clarisse scoprirà se stessa, è lì che vivrà davvero, e lì che parte la sua seconda vita, prima di iniziarne una terza in una città magica che scoprirete alla fine.

Come sempre, i libri di Cristina Caboni, non hanno solo un bel “corpo” di mistero e romanticismo, ma nascondono degli insegnamenti. I limiti imposti alle donne, la mancanza di libertà, l’impossibilità di essere autonome, l’assoggettamento alla figura maschile, l’impossibilità di ereditare personalmente le proprie ricchezze (che spettavano ai mariti). “La rilegatrice delle storie perdute” non è altro che l’ennesima dimostrazione di quanto per secoli, grandi menti, abbiano dovuto opprimere se stesse per dei limiti imposti da una società maschilista, che vedeva l’uomo come l’unico essere umano dotato di raziocinio e capacità pratiche.

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Maria Antonietta Azara

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