INTERVISTA A PIERGIORGIO PULIXI

Buon giorno meraviglie!

Il 22 Agosto 2019, la nostra rassegna letteraria “Liberamente Sopra Le Righe” ha visto protagonista Piergiorgio Pulixi, uno dei più grandi autori italiani di noir contemporaneo.

Piergiorgio è riuscito a conquistare tutto il pubblico presente, incuriosendo persino chi, per sentito dire, nei giorni seguenti alla presentazione, si è recato presso la libreria Mondadori Bookstore di Arzachena per acquistare il libro.

Visto questo grande interesse, ho pensato di regalare a tutti i miei lettori “una parte di quella serata” grazie alla disponibilità dell’autore, che tra una tappa e l’altra del suo tour, ha risposto per iscritto alle domande. Ecco a voi l’intervista a Piergiorgio Pulixi!

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Autore: Piergiorgio Pulixi

Editore: Nero Rizzoli

Pagine: 445

Costo: 19.00 €

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Sinossi. Li chiamano cold case. Sono le inchieste senza soluzione, il veleno che corrompe il cuore e offusca la mente dei migliori detective. Quando vengono confinate alla sezione Delitti insoluti della questura di Cagliari, le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce ancora non lo sanno quanto può essere crudele un’ossessione. In compenso hanno imparato quant’è dura la vita. Mara non dimentica l’ingiustizia subita, che le è costata il trasferimento punitivo. Eva, invece, vuole solo dimenticare la tragedia che l’ha spinta a lasciare Milano e a imbarcarsi per la Sardegna con un biglietto di sola andata. Separate dal muro della reciproca diffidenza, le sbirre formano una miscela esplosiva, in cui l’irruenza e il ruvido istinto di Rais cozzano con l’acume e il dolente riserbo di Croce. Relegate in archivio, le due finiscono in bilico sul filo del tempo, sospese tra un presente claustrofobico e i crimini di un passato lontano. Così iniziano a indagare sui misteriosi omicidi di giovani donne, commessi parecchi anni prima in alcuni antichi siti nuragici dell’isola. Ma la pista fredda diventa all’improvviso rovente. Il killer è tornato a colpire. Eva e Mara dovranno misurarsi con i rituali di una remota, selvaggia religione e ingaggiare un duello mortale con i propri demoni. Interrogando il silenzio inscalfibile che avvolge la sua Sardegna, Piergiorgio Pulixi spinge il noir oltre se stesso, svela le debolezze della ragione inquirente in un mondo irredimibile, in cui perfino la ricerca della verità si trasforma in una colpa.

Intervista a Piergiorgio Pulixi

1) Partiamo dal titolo. Perché hai scelto “L’Isola delle anime”?

Per diversi motivi. Il primo gioca in assonanza con le anime di sa die de sos mortos, la notte in cui vengono uccise le ragazze vittime degli omicidi rituali attorno a cui verte l’indagine di Eva e Mara. Inoltre la Sardegna è un’isola molto eterogenea. Possiede tantissime “anime” diverse. Sia a livello paesaggistico che culturale, antropologico e sociale. Quel titolo ben coniugava entrambe queste dimensioni del romanzo.

2) Com’è nato il canovaccio di questo romanzo?

Volevo raccontare di due personaggi, due donne, che cercavano di rialzarsi dopo che la vita le aveva buttate giù. In questo caso sono nati prima i personaggi rispetto alla trama. Volevo raccontare un percorso di rinascita emozionale, di riscatto, di catarsi in qualche modo, in cui l’isola doveva giocare un ruolo fondamentale, quasi che avesse una vocazione purgatoriale, mistica, spirituale. Una volta costruite le due protagoniste e le loro ferite psicologiche ed esistenziali, è stato facile ritagliare loro addosso questa storia che, oltre a essere un’indagine su degli omicidi di stampo rituale, è anche un’esplorazione delle loro anime ferite.

3) In un’intervista hai dichiarato che questo libro era in cantiere da ben 11 anni. Perché ora?

Perché scrivere della propria terra non è mai semplice. È necessario distaccarsi, creare un diaframma tra sé e l’oggetto del proprio amore – nel mio caso l’Isola. Camilleri diceva che “L’amore è una lente deformante”. È proprio così. Questa lente va inevitabilmente a inficiare la visione dell’oggetto del tuo amore, deformandola, minando l’oggettività dello sguardo. Per guardare l’Isola con una prospettiva più neutra ho dovuto lasciar trascorrere parecchio tempo e vivere per diversi anni lontano dalla mia terra. Questo mi ha portato a maturare un nuovo sguardo, più disincantato in un certo senso. A quel punto ho potuto provare a raccontare questa storia in cui la Sardegna è la vera protagonista, senza dubbio.

4) Una caratteristica frequente nei tuoi romanzi è la presenza di eroine femminili. Anche in questo caso, hai creato Mara Rais ed Eva Croce. Come mai?

Perché trovo che raccontare il noir e il genere poliziesco attraverso uno sguardo femminile sia molto interessante di questi tempi. Questi generi letterari per troppo tempo sono stati appannaggio di protagonisti maschili. Questo ha fatto sì che noi lettori arrivassimo a conoscere perfettamente la psicologia di un uomo a contatto col Male, col crimine e con il buio in cui inevitabilmente un’indagine ti trascina, quindi questi protagonisti maschili sono oggi abbastanza prevedibili per noi. Sono decisamente meno prevedibili dei personaggi femminili perché sono stati raccontati e descritti molto meno. Quindi credo che anche per i lettori sia molto interessante scivolare nella psicologia femminile a contatto con queste indagini.

5) Nei tuoi romanzi sono presenti dettagli tecnici fondamentali nell’ambito investigativo, gerarchia dell’arma, ecc. Quando e per quanto studi i dettagli tecnici per poterli riportare nero su bianco creando dei personaggi verosimili?
È vero: studio parecchio per cercare di restituire la massima verosimiglianza possibile; è quello che un lettore si aspetta quando legge questo genere di storie. La verosimiglianza in qualche modo fa sentire il lettore a casa, gli fa riconoscere il mondo in cui vive quotidianamente e questo credo che comporti un grado di immedesimazione maggiore rispetto alla storia. Essendo questi dei romanzi polizieschi tendo a essere il più aderente possibile alle reali tecniche investigative. Ma. Bisogna ricordarsi che stiamo comunque parlando di romanzi, di narrativa e non di saggi sulle procedure investigative, quindi bisogna trovare il giusto equilibrio tra verosimiglianza e fiction, anche in questi aspetti tecnici, per evitare di tediare i lettori.

6) Tutte le vittime, vengono ricoperte con la maschera di “su boe” e velli di pecora non tosata: perché hai scelto questa specifica figura del carnevale di Ottana?
Perché trovo che restituisca al meglio quel senso di ancestralità che volevo dare al rito. Restituisce perfettamente la dimensione agropastorale in cui sono maturati i delitti descritti. Quindi la maschera di Ottana era perfetta, a mio avviso, perché ricca di simboli primordiali.

7) Eva, da Milano, viene mandata in Sardegna come forma di punizione. Qui però ritrova se stessa. Cambiare luogo serve per ricostruirsi oppure è scappare?
Credo che osservare se stessi (o i propri problemi) da un punto di vista neutro, esterno e distaccato sia sempre un’ottima idea. Eva scappa, è vero. Ma in qualche modo questa sua fuga le permette anche di analizzarsi in un contesto protetto. Si sradica da Milano e da tutti i brutti ricordi che quella città contiene. Giunta in Sardegna può permettersi di tirare il fiato e fare la conta dei danni. Quindi sì: credo che cambiare luogo, anche solo per qualche giorno o per qualche mese, sia salutare per una persona che vuole riprendersi da un brutto trauma.

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8) Indagare nel dolore di delitti irrisolti, è per alcuni fonte di distruzione per altri, nel caso delle protagoniste, è una forma di catarsi, una purificazione. Ma il dolore, secondo te, è catartico o meno?

Partiamo dall’assunto che sarebbe sempre meglio evitare il dolore e la sofferenza, anche se il nostro scopo è quello di purificarci o arrivare a una catarsi: ci sono metodi più salubri. In molti casi però – purtroppo – il dolore è inevitabile. Per quanto mi è stato dato da vedere in questi 37 anni di vita, per ciò che ho letto e per le esperienze delle persone che ho conosciuto, posso sicuramente affermare che è vero che il dolore cambia le persone, e a volte non sempre in meglio. Sicuramente la sofferenza dà una bella scossa alla nostra scala delle priorità. A volte è un memento mori, un modo per farci ricordare che nulla nella nostra vita è scontato, in primis le nostre vite. Alcune persone riesco a trarre dal dolore una forte spinta emozionale, motivazionale, un modo che sicuramente ha a che fare con i nostri meccanismi di preservazione e sopravvivenza. Altre, invece, si lasciano andare. Io volevo raccontare come si debba andare al di là del dolore, sfruttandolo per elevarsi da una brutta situazione e ricominciare daccapo, anche quando sembra impossibile e si ha tutti e tutto contro. Il romanzo parla in effetti anche di questo: della resilienza e del riscatto.

9) Il dolore è espiazione del male?

Per l’assassino del romanzo sicuramente sì. Per me no. Trovo questo assunto filosoficamente puerile. L’espiazione è materia ben più complessa. Il dolore è qualcosa di superficiale, sebbene a volte scavi in profondità. Ma l’espiazione ha a che fare con gli abissi dell’animo umano. Stiamo parlando di profondità estremamente divergenti.

10) Piergiorgio Pulixi: eri un libraio a tempo indeterminato e poi?

E poi ha voluto mollare tutto e seguire questo folle sogno di scrivere. La frase “in ogni caso nessun rimorso” di Jules Bonnot mi ha fregato. È stata la stella polare in questa mia scelta di dedicarmi alla scrittura a tempo pieno. La mia croce e delizia.

11) “Scrivere è lottare per la verità e leggere è sinonimo di resistere.” L’hai dichiarato qualche anno fa. In questo romanzo per cosa hai lottato?
Bella domanda. Per una narrazione diversa della mia terra, credo.

Partono le domande botta e risposta!

12) Il personaggio femminile che ti rappresenta di più.
Eva Croce.

13) La parte del romanzo che ti ha fatto commuovere.

Tutte le parti in cui la moglie di Barrali assiste al decadimento neurologico del marito

14) La parte del romanzo che ti ha fatto sorridere.

Ogni volta che entrava in scena Mara Rais.

15) Il personaggio che ti ha fatto dannare in fase di stesura.

Bastianu Ladu.

16) Una delle parti del romanzo che senti più tua?

Tutte le parti in cui ci si immerge nella natura più impervia e selvaggia della mia terra.

17) Stai già lavorando a qualcosa? Ci anticipi qualcosa?

Estate 2020. Si torna in Sardegna con le due ragazzacce, ma la storia parte da Milano con un mio vecchio personaggio. Le loro indagini si incroceranno…

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Un grazie infinito all’Associazione Culturale Boes e Merdules di Ottana e al signor Andrea Maugeri per le aver fornito la maschera tradizionale di “su boe” e il vello di pecora, che hanno aiutato a rendere la serata più magica!

 

Maria Antonietta Azara

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